DO infinito
Do infinito, Soundwork, Loop, 2022, registrazione di registrazione da radio
Tecnicamente si tratta di frammenti di do di petto emessi da cantanti lirici. Si tratta di registrazioni tratte dalla radio che ho ri-registrato per ottenere l’effetto di lontananza, di suono un po’ gracchiante di radiolina lontana.
L’essere passata attraverso la doppia registrazione sposta l’accento dal bel canto, di cui non siamo più in grado di percepire le qualità canore, all’emissione di suono, di fiato umano, e, trattandosi di do di petto, risulta evidente, più di altre note, lo sforzo performativo ed assertivo come manifestazione di potenza.
Il susseguirsi dei do di petto cantati da diversi tenori procede in scala crescente di tenuta, ovvero di durata nel tempo e di volume: l’intento è di passare in modo graduale e quasi inavvertito da una emissione che esprime potenza, arditezza, coraggio ed eroismo insieme, ad un suono che si colora di urgenza, di angoscia, di impotenza, diventando a poco a poco grido di allarme.
E’ un susseguirsi senza pause, senza silenzi, che elimina la fase di inspirazione dell’aria: tutto diventa emissione infinita, al di là del tempo, conducendo in un luogo che non ha inizio né fine: l’opera va a ciclo continuo, così come è proposta alla Galleria Studio G7 di Bologna. La fonte sonora è nascosta, il suono arriva non si sa bene da dove, in un crescendo e in un diminuendo continuo, senza soluzione di continuità.
Chigiana Radio Arte, intervista di Federico Fusj a Mariateresa Sartori e Laura Lamonea su Do Infinito, 5 agosto 2022
I PATETICI
video, loop, 2018, b/w, sound
with Kiki Dellisanti, Giovanni Dinello, Gustavo Frigerio, Antonella Mancino, Matilde Sambo
camera Furio Ganz, editing Mariateresa Sartori
music from Pyotr Ilych Tchaikovsky, Symphonie No 6 (Pathétique) op.74 in B minor director Yevgeny Mravinsky
thanks to: Ferruccio Busetto, Giorgio Busetto, Augusto Maurandi, Fabio Naccari, Lucia Veronesi, Fondazione Ugo e Olga Levi, Venezia
link al video I Patetici
The Pathetics move like puppets with motivations that elude us, passing from joy to despair, from fear to serenity, from aggression to desolation, abruptly, with no apparent motives other than internal ones made manifest by the music. They are driven by unconscious inner drives that determine dynamics, facts and destinies. Everything changes quickly and everything repeats itself in a kind of carousel without beginning or end. This is a work about human nature. We are “The Pathetics”.
Studio N.10 op.25. Omaggio a Chopin 2021.
Performers: Gustavo Frigerio Mariateresa Sartori
piano: Vittorio Maggioli
2021
”…you are the music
While the music lasts”
T.S. Eliot
Questa nuova versione vede al piano il giovane talento Vittorio Maggioli e, come performers, l’attore Gustavo Frigerio e me. Ho sentito il bisogno di prendere parte attiva, ferma restando la mirabile performance della versione del 2011 con Paola Pasqual e Fausto Sartori. Concettualmente nulla è cambiato rispetto la versione precedente, per questo allego testi, commenti e recensioni a partire dal 2011.
Samuel Bordreuil , Mariateresa Sartori: Una mano, tra retine e timpani
Kathy Battista, Disegnati insieme: Katie Holten e Mariateresa Sartori
Eleonora Minna , Mariateresa Sartori
Tu sei la musica finché la musica dura, Galleria Michela Rizzo, Venezia
da: MARIATERESA SARTORI: UNA MANO, TRA RETINE E TIMONI.
di Samuel Bordreuil, sociologo, ex direttore scientifico dell’IMéRA, Istituto di studi avanzati di Aix-Marseille
“ Tra retine e timpani: aprite le cateratte, tutte le cateratte!”
Del divorzio tra linguaggio e musica e, in fondo, perché implica una scissione tra sonoro e visivo, è un eufemismo dire che Mariateresa Sartori non ne ha mai sofferto! Due dei suoi lavori precedenti ne sono comunque perseguitati: quello sul “suono del linguaggio”, che fa rivivere la musica propria di ogni lingua; quello su “tutte le pause del mondo”, che esalta la musicalità propria di ogni interlocuzione, in questo caso le scansioni, sonore, gestuali di un esercizio familiare, quello del “pensare insieme”.
Questa nostalgia per la musica nel linguaggio sarebbe un errore non prenderla sul serio! Perché riporta alla mente stati di coscienza che, pur lontani dai nostri sensi, sono comunque presenti, e “molto vicini”. Ciò si può dire a livello “ontogenetico”, nel senso che la memoria della musica della lingua è quella attraverso la quale, come “piccoli uomini”, siamo tutti entrati nella sua padronanza (a prezzo, naturalmente, della sua dimenticanza!) [7] Ma anche a livello “filogenetico” nel senso che, seguendo Tim Ingold [8] , è stato effettivamente necessario attendere fino alla metà del Medioevo (dopo l’XI secolo ) perché il significato della notazione musicale si emancipasse dalla prosodia, la musica della lingua [9] , neutralizzando la musicalità e liberando a sua volta la musica come ricettacolo di tutte le sonorità strumentali, alle voci essendo chiesto di seguire, ed essendo giunto il loro momento… Sappiamo, a questo proposito e ad esempio, che i primi marcatori di inflessioni musicali (usati nelle partiture) utilizzati dai praticanti del “canto gregoriano” sono stati importati direttamente da marcatori destinati a guidare le enunciazioni declamatorie; nient’altro che strumenti dell’arte della retorica! …
In ogni caso, l’enfasi degli ultimi tre pezzi esposti da MTS può essere dedotta da questo: esporre, ravvivare il senso che le leghe del suono e del visivo governano il nostro rapporto con il mondo. E per fare questo, lavorare con meticolosità e tenacia su due linee di flusso, visivo e sonoro – di fatto, “comporle” nello stesso spazio ricettivo. In questi tre pezzi vedremo che questo lavoro di composizione “audiovisiva” consiste soprattutto nel piegare il visivo sul sonoro; ma noteremo che i flussi visivi che entrano in questi pezzi sono talvolta pre-dati, come in “Sol Maggiore”, il lavoro dell’artista è allora un lavoro di ritocco e montaggio; ma talvolta non lo sono, lasciando all’artista un notevole spazio di libertà nella creazione di queste linee visive.
(…….)
Che “Omaggio” riprenda questo stesso tema, lo noteremo semplicemente dal fatto che l’illusione – magistrale – in cui ci risucchia, ebbene non è né semplicemente sonora né visiva: al contrario, richiede per la sua prosperità l’esercizio congiunto di questi due sensi!
Potremmo prendere questo pezzo nella sua forma più umile, persino nella sua forma più ingrata. Potremmo considerarlo nient’altro che un problema di “doppiaggio”, come al cinema. Il problema del doppiatore, colui che è responsabile di trasmettere lo stesso significato espressivo dalla lingua 1 alla lingua 2, è quello di preservare il significato, certo, ma trovando un equivalente linguistico, nella lingua 2, che preservi l’identità ritmica dell’enunciazione del messaggio… il che lo porterà molto spesso a “distorcere” l’espressione e a sacrificare un’enunciazione, certamente vernacolare – ma “fuori sincrono” – a favore di un’altra, più intonata dal punto di vista del flusso verbale, ma un po’ allentata dal punto di vista del significato [10] .
Collocando il brano su questo sfondo, possiamo chiaramente vedere cosa ha in comune con questo esercizio – questa attenzione incessante ai movimenti delle labbra – ma anche come lo superi risolutamente. Tanto per cominciare, la lingua 1 non esiste: a meno che non si sostenga che esista una “lingua del piano forte”. Un’abbondanza, una valanga, di crome, semicrome e trentaduesimi, certo, ma che non codificano alcun significato. Da qui la latitudine semantica offerta dalle espressioni verbali che “si collegano” alla linea musicale! Ma questa latitudine è l’altra faccia della medaglia: liberati da qualsiasi imperativo di significato, immaginate il “tutto va bene” (semantico) che esce da queste bocche e la costrizione, che grava sugli attori, di pronunciarle comunque e nonostante tutto e con tutta la convinzione necessaria. Ciò che si dicono, in scatti nervosi, non lo sapremo mai e, ci dice MTS, non lo dirà nemmeno a sua madre! Quindi non insistete! Meglio abbandonarsi alla beatitudine di un’illusione, soprattutto perché puoi vedere/sentire che è perfettamente riuscita!
L’effetto che ne risulta? Proponiamo di dirlo in una parola: sorprendente! E per la doppia cattura, il doppio rapimento, che avviene tra linee visive e linee musicali. Chi, cosa “afferra” cosa? Questa è forse la sua oscillazione, la sua vertigine centrale. Sono forse le note del pianoforte che rubano voci, appena uscite e che “non possono farne a meno”? O non potrebbero piuttosto essere queste voci che si gonfiano con i loro respiri, con le loro nubi temporalesche, i veli dell’energia pianistica, portando alla luce il fatto che, oltre all’espressione di stati d’animo, né è stata, né sarà, questa “energia”…
La cosa è ancora più affascinante perché la linea visiva, nella sua purezza formale (profili, simmetria tra loro), esalta la natura perfettamente strumentale (anch’essa) di ciò che è la fonazione umana. Non è che da un lato (la voce) avremmo il respiro, l’interiorità, e dall’altro (il pianoforte) un meccanismo, certamente ben temperato. Per esempio, l’avorio; sì, l’avorio! Non dovremmo metterlo da entrambi i lati? Questo avorio su cui premiamo, con le dita (e dal lato del pianoforte) ma contro cui anche (e dal lato dei denti) si appoggia una lingua. Quindi, cogliete al volo, nel video, questi momenti magici in cui questa lingua si appoggia sulla barriera dentale; questi suoni che la fonetica chiama “labio-dentali”. Sapete, quando, per una “t” e una “d”, la punta della lingua arriva a toccare i denti: “ting”; “ding”… Coglieteli al volo!
Tanto che le cose si complicano perché si scopre che c’è tanta meccanica sul lato vocale quanta anima c’è sul lato pianistico. E la “meccanica”, vedete, non la vediamo mai così chiaramente come quando si lasciano trasportare! Questi denti da tastiera, ma guardateli alla fine del pezzo! Quando le voci finiscono solo per sputare fuori raffiche, al punto che, al culmine della disputa, il significato è poi ciò che ci troviamo a ritagliare, storditi dalle note ora libere, restituite al loro flusso. Sì, nella vita, nella vita reale, capita spesso che i nostri timpani arrivino a sfondare il muro del significato… Un’altra forma, quindi, ma qui estrema, di riassorbimento del linguaggio nella pura musicalità; uno dei motivi principali, come abbiamo detto, dell’opera di MTS, ma, questa volta non dal lato della nostalgia di un piccolo uomo, bensì da quello di una salvaguardia, e quando i tempi sono duri… e la tempesta infuria… Dalle dispute estreme, non diciamo spesso che ne usciamo… sbalorditi?
Ricordiamo qui, e prima di passare all’ultimo brano, che l’intreccio visivo-sonoro è qui legato al culmine delle ondate della vita… Che queste linee sonore, così come quelle visive, che codifichino o meno un significato, seguono la vita il più fedelmente possibile nel suo flusso e riflusso: nelle fluttuazioni del suo flusso!
Samuele Bordreuil
[7] Recenti lavori nelle scienze dello sviluppo, ad esempio, mostrano l’importanza delle ninne nanne nell’apprendimento della segmentazione linguistica da parte dei bambini.
[8] Tim Ingold, Lines, vedi in particolare il capitolo 1
[9] E quest’ultimo lo riferisce all’accusa di notazione delle immagini mentali (sì, immagini!) – i famosi “significati” della linguistica saussuriana.
[10] Da qui, senza dubbio, questo effetto insolito delle versioni doppiate: queste espressioni che riceviamo lì e che sentiamo non provengono dal nostro “humus linguistico”.
Dal testo:
Disegnati insieme: Katie Holten e Mariateresa Sartori
Kathy Battista, scrittrice, curatrice, direttrice di arte contemporanea presso il Sotheby’s Institute of Art, New York
(…..) Sartori utilizza un mezzo diverso, ma correlato, per mappare l’interazione umana in un’opera originariamente proiettata sulle grandi finestre della Serra dei Giardini della Biennale di Venezia nel 2011, visibile a tutti i passanti. Nel suo video Etude Op. 25 No. 10 in Si Minore Homage to Chopin, i volti parzialmente oscurati di un uomo e di una donna sono visti diametralmente opposti nell’inquadratura. Le loro labbra sembrano pronunciare le note delle note drammatiche del pianoforte. In un’inquadratura, il protagonista maschile è posizionato sul lato destro dell’inquadratura e pronuncia le frasi incisive mentre
La donna è a sinistra e corrisponde alle frasi più delicate e dolci della musica. Questo scenario maschile aggressivo/femminile passivo si inverte dopo quattro minuti, con la donna che diventa l’avversario più aggressivo in questo astratto tête-à-tête. Quello che sembra un dialogo assomiglia poi a un’escalation in una discussione e viceversa. Sartori ha lavorato con gli interpreti, ognuno dei quali ha utilizzato una frase che, ripetuta più volte, sembra pronunciare le note del brano. L’artista non rivelerà mai quale fosse la frase; in effetti, non è importante. Ciò che è fondamentale è il modo in cui il brano parla dell’astrazione del linguaggio e dell’interazione umana della comunicazione. La figura a destra corrisponde al lato dominante della discussione; quando la donna assume quel posto, le note alte sembrano risuonare.
il pianoforte come proiettili sparati da un’arma. Non si tratta tanto di una lotta di genere, quanto piuttosto della fondamentale lotta umana per comunicare, negoziare e mantenere l’armonia. In questo video, come in The Drawers, piccole azioni – qui localizzate solo nella bocca dei protagonisti – significano enormi balzi psicologici. Sartori disegna insieme ai suoi interpreti, pur creando linee invisibili e in continuo movimento.
Video installazione Omaggio a Chopin
piano: Maurizio Pollini, Deutsche Grammophon, 1972
performers: Paola Pasqual, Fausto Sartori
Serra dei giardini della Biennale, Progetto Microclima, a cura di Paolo Rosso,
in collaborazione con Galleria Michela Rizzo, Venezia, ottobre-novembre 2011
dedicato a Roman Opalka
Il declino dell’Italia
cantante Andrea Gavagnin, 3’12”, 2016
lista di parole italiane cadute in disuso, al punto da risultare incomprensibili, cantate sull’aria del Lacrimosa del Requiem di Verdi.

